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Lo sapevate che studiare Shakespeare può avere un effetto terapeutico?

Dal 2006 ad oggi un professore di letteratura inglese dell’Università di Liverpool, Philip Davis, un esperto di Neuroscienze cognitive Guillaume Thierry, e un professore di Fisica applicata alla medicina Neil Roberts hanno sottoposto ad encefalogrammi alcuni volontari ai quali era stato richiesto di leggere estratti di Shakespeare in forma originale e moderna. Ciò che ne è venuto fuori è che di fronte ad uno sforzo per capire parole insolite i lettori mostravano un picco di attenzione stimolando l’emisfero destro del cervello legato alla memoria autobiografica e di conseguenza erano portati a riflettere sulla propria esperienza di vita e a rielaborarla.

Il linguaggio innovativo di Shakespeare ha quindi un effetto magnetico e terapeutico: ha inventato nuove parole (tra cui gossip) e le ha ordinate in un modo tutto suo e questo fatto stimola un’area del cervello chiamata “l’occhio della mente”.

Il professor Davis, che ha condotto lo studio, sostiene che le parole di Shylock (The Merchant of Venice) e di Juliet (Romeo and Juliet) siano più utili dei manuali di autoaiuto perché il linguaggio di Shakespeare è serio e riferito a situazioni umane serie.
Il Bardo, dice un professore di Letteratura Inglese all’Università di Firenze, ha una capacità di introspezione tale da aprire la mente di chi legge con partecipazione e attivare nel lettore improvvise illuminazioni della propria esperienza privata, nonostante si leggano storie di personaggi del passato.

Probabilmente non è molto interessante leggere Shakespeare per sapere cosa pensava lui, ma potrebbe diventare affascinante affrontarlo sotto un altro punto di vista: leggiamo Shakespeare per scoprire cosa pensiamo e sentiamo noi, senza sentirci appesantiti da “Lo devo fare perché la professoressa mi ha detto che è importante studiarlo”

Sicuramente vedere Shakespeare sotto questa diversa prospettiva assume tutt’altro sapore!